Dire l’indicibile: il lutto perinatale | Confprofessioni
PLP | 24/02/2021
Dire l’indicibile: il lutto perinatale

La rubrica Progetto Spazio Psicologico a cura di PLP

di Elisa Mulone
Psicologa e psicoterapeuta
Presidente Nazionale PLP

 

Affrontiamo un tema estremamente delicato: il lutto perinatale. Negli ultimi anni se ne parla un po’ di più all’interno della comunità scientifica, ma rimane ancora un tabù nell’esperienza di chi si trova ad affrontarlo.

 

Cosa si intende per lutto perinatale?

La perinatalità è il periodo che precede e segue immediatamente la nascita. Con lutto perinatale si intende la perdita di un figlio durante la gravidanza o nei primi giorni dopo la nascita. È un evento che ha un impatto altamente traumatico sulla coppia genitoriale e sull’ambiente familiare. Quello che doveva essere un tempo di vita diventa un tempo di morte: crollano tutti i progetti costruiti attorno al figlio atteso e immaginato e la pienezza lascia il posto al vuoto. Nel lutto perinatale l’ordine naturale delle cose si ritrova capovolto in un caos in cui la vita e la morte convivono. Leon parla di cris dans la cris ed Helene Deutsh lo ha definito come una perdita irreale.

Un figlio che muore prima dei suoi genitori va “contro natura”: non segue la logica abituale. È un evento talmente incomprensibile e indicibile che non esiste una parola per descriverlo: un figlio che perde i genitori è orfano, un marito o una moglie che perdono il coniuge si dicono vedovi, ma un genitore che perde un figlio non è dicibile. Di recente la scrittrice marocchina Rita el-Kahyat ha usato il termine parents désenfantés. C’è solo il vuoto, carico di dolore, di mancanza, di sensi di colpa, di progettualità congelate, di sogni infranti.

 

Come poter affrontare un dolore così grande?

Nella canzone “Elementare”, scritta dopo la morte della figlia, Nicolò Fabi descrive il suo vissuto di fronte a un dolore così grande: «Un uomo sta seduto con un’ombra accanto. Osserva l’ingresso del suo labirinto. Ha il futuro che l’insegue. Il passato gli è davanti, ma lui resta lì, con la testa sul volante e un piede sopra il freno, all’incrocio tra il niente e una vita in meno».

Come ci ricorda Giovanni Salonia, uno dei temi dell’elaborazione del lutto è «Quanto posso continuare a vivere senza dimenticare?». Uno dei vissuti più comuni è il senso di colpa, la paura di dimenticare quel figlio, ma rimanendo, in questo modo, legati al passato e impossibilitati a vivere il presente e a progettare il futuro. Il ricordo aiuta l’elaborazione del lutto, ci permette di ritrovare nuove aperture alla vita, tenendo sullo sfondo della nostra esperienza la persona che è morta, ma con la consapevolezza che, come scrive Oppenheim: «La persona che muore non trascina i vivi con sé nella morte, non ferma la vita».

Non c’è un tempo prestabilito per riaprirsi alla vita, ogni coppia genitoriale avrà bisogno di tempi differenti e anche all’interno della coppia i tempi possono non coincidere.

Davanti alla perdita innaturale di un figlio non serve scotomizzare il dolore, ma dargli dignità e voce, tralasciando tutto quello che serve a distrarsi e a ritardare il processo di elaborazione.

 

Come aiutare chi sta affrontando un lutto perinatale?

Quando ci troviamo di fronte al grande dolore di chi ha perso un figlio, in gravidanza a qualunque età gestazionale o dopo la nascita, spesso sentiamo il disagio del non sapere cosa fare o cosa dire. È a quel punto che si rischia di assecondare il bisogno di dire qualcosa, spesso luoghi comuni come la vita continua, ne farai un altro, pensa a chi sta peggio. Niente di più sbagliato! La realtà è che non ci sono parole consolatorie: la vita in quel momento si è fermata, come descritto nella canzone citata in precedenza; la coppia potrà avere altri figli (si spera, non sempre è così), ma non sarà quel figlio perduto; per la persona che soffre il suo dolore è il più grande, sminuirlo non la aiuta ad affrontarlo.

Non è necessario riempire un vuoto con frasi di circostanza che servono solo a superare l’imbarazzo. È più utile e rispettoso un rigoroso silenzio, accompagnato da uno sguardo compassionevole, nel senso più elevato del termine, ma soprattutto può essere fondamentale un supporto psicologico per evitare l’insorgenza di disturbi depressivi o di un lutto complicato.