Polarizzazione e cultura della separazione
La politica italiana è ancora immersa in una stagione segnata da crescente polarizzazione e logiche contrapposte, che spesso si riflettono anche nei luoghi della rappresentanza e della partecipazione professionale. È il segno di una democrazia incompiuta, come ben descritto dallo storico delle dottrine politiche Massimo Salvadori.
Eppure, per affrontare le sfide – vecchie e nuove – della vita sociale, lavorativa e culturale, oggi più che mai abbiamo bisogno di ripartire da una competenza cruciale: quella relazionale. Un’insieme di abilità essenziali non solo per il benessere individuale, ma anche per la qualità delle relazioni nei gruppi, nelle istituzioni, nelle organizzazioni e per la loro efficacia.
Inclusione: da concessione a risorsa
In ogni contesto – dal lavoro alle associazioni – l’arrivo di una persona nuova andrebbe vissuto come una possibile opportunità, da conoscere, comprendere nei suoi possibili contributi. Un’occasione per ascoltare, raccontarsi, crescere. Talvolta, invece, prevale la difesa dell’identità del gruppo. Si guarda con scarso interesse, se non con sospetto chi arriva, si giustifica la mancata inclusione con frasi come “è arrivato da poco”, si premia l’anzianità più del contributo potenziale. Un atteggiamento che scoraggia l’apertura e frena l’innovazione.
La psicologia sociale descrive bene questo meccanismo. Henri Tajfel ha mostrato come l’identificazione con il proprio gruppo, quando prevale l’autoreferenzialità, possa alimentare pregiudizi e limitare l’incontro con l’altro. In questo modo, l’inclusione diventa un privilegio riservato a chi “ci assomiglia”.
L’archetipo dell’ospitalità
Accogliere è un gesto profondamente umano, presente in tutte le culture, anche se spesso infranto, e per questo da salvaguardare. Nell’antichità, infatti, violare la legge dell’ospitalità – una delle forme dell’accoglienza – era considerato un atto gravissimo, punito persino dagli dèi.
Numerosi sono gli esempi di ospitalità nelle nostre radici culturali.
Nella Genesi, Abramo accoglie tre sconosciuti. – in realtà messaggeri divini – a testimonianza della sacralità dell’accogliere.
I Greci invocavano Zeus Xenios, protettore dello straniero e Hestia – la dea del focolare –, nella lettura junghiana di Ginette Paris, rappresenta lo spazio interno in cui possiamo accogliere il diverso. L’eroe Teseo punisce Procuste, il crudele oste che mutilava o stirava gli ospiti per adattarli al proprio letto: una potente metafora di ciò che accade quando l’altro è piegato agli standard del gruppo, come spiega lo psicologo Piero Ferrucci nel suo libro “La forza della gentilezza”. Nell’Odissea, Ulisse sperimenta sulla propria pelle la differenza tra l’accoglienza dei Feaci e la brutalità di Polifemo.
Anche nella cultura romana l’ospitalità è sacra: Didone accoglie Enea nell’Eneide, Filemone e Bauci aprono la loro casa agli dèi travestiti da viandanti nelle Metamorfosi di Ovidio.
Scienza e formazione dell’accoglienza
Oggi, ciò che le culture antiche avevano intuito trova conferma nelle neuroscienze: accogliere l’altro fa bene alla mente.
Studi di Daniel Siegel, psichiatra esperto in neuroscienze interpersonali, e David Eagleman, neuroscienziato e divulgatore, mostrano che l’apertura all’altro stimola la neuroplasticità, favorisce la flessibilità cognitiva e rafforza il senso di connessione sociale. Al contrario, chiusura e autoreferenzialità generano rigidità e isolamento. Questa risorsa e competenza richiedono, peraltro, attenzione a ciò che la ostacola o la sviluppa, la potenzia. Accogliere, infatti, non è solo una disposizione d’animo: è una competenza relazionale e culturale che si può apprendere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la include tra le dieci abilità psicosociali – le life skills – fondamentali, descrivendola come empatia, ascolto attivo e rispetto.
Per diventare una vera prassi trasformativa, l’accoglienza deve fondarsi anche su un principio chiave: lo sviluppo delle pari opportunità. Non può esserci accoglienza reale se non si rimuovono gli ostacoli che impediscono un accesso equo alla partecipazione, alla crescita e al riconoscimento. Accogliere, in questo senso, non è buonismo: è giustizia organizzativa.
Accoglienza come scelta strategica
Nei contesti professionali e associativi, accogliere è anche una scelta strategica: rafforza la fiducia, la collaborazione, l’innovazione. Questo richiede, peraltro, consapevolezza e competenze: comunicazione efficace, dialogo, gestione dei conflitti, mediazione, alternanza, rispetto delle differenze.
L’attenzione al dialogo fra persone diverse – per sesso, razza, colore della pelle, lingua, religione, opinione politica o di altro genere, origine nazionale o sociale, condizione economica, nascita o altra condizione – è stata uno degli obiettivi fondamentali di chi ha redatto la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948: porre le basi per una civiltà fondata su relazioni giuste e inclusive, come risposta necessaria alle violenze del secolo passato e freno a quelle future. Un tema oggi più che mai attuale, alla luce delle crisi geopolitiche in corso, dei rischi che comportano e dell’urgenza di agire per costruire un nuovo ordine mondiale.
Il ruolo delle professioni
In Italia, oggi, lo sviluppo della cultura della relazione – non solo nella vita familiare e amicale, ma anche in quella sociale e lavorativa – coinvolge non solo la politica, le istituzioni, il mondo del lavoro pubblico e privato ma anche tutte le professioni, insieme alle loro associazioni e agli ordini di riferimento.
Noi psicologi, in particolare, siamo chiamati a offrire un contributo non solo nell’analisi dei fattori di rischio nelle relazioni, ma anche nella promozione di ciò che può favorire il dialogo, la gestione dei conflitti, il coinvolgimento in azioni condivise e la capacità di affrontare i problemi e trovare soluzioni efficaci attraverso modalità collaborative. Come ha sottolineato Gian Piero Quaglino nei suoi studi sulla formazione dei gruppi di lavoro, infatti, quando si accoglie, con attenzione al clima, alla comunicazione, etc., cresce l’evoluzione individuale e organizzativa.
Fiorella Chiappi
Presidente CPO PLP

