«Non chiediamo un nuovo capitolo di spesa assistenziale, ma quattro riforme tecniche e verificabili: trasformare il passaggio degli studi professionali in un percorso, rendere il praticantato un ingresso e non una prova di resistenza economica, tutelare la genitorialità nel lavoro autonomo e far crescere la dimensione delle strutture professionali». Lo ha affermato Raffaele Loprete, delegato alle Pari Opportunità e ai Giovani di Confprofessioni, durante l’audizione odierna alla Camera sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica. Un appello politico supportato dai dati illustrati da Ludovica Zichichi, ricercatrice dell’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni: «Un professionista su tre ha almeno 55 anni. Con un calo della propensione dei giovani alla libera professione del 32% tra gli avvocati e del 19% nell’area tecnica, e l’87,4% degli studi rimasto senza dipendenti, servono interventi urgenti su fisco, previdenza e digitalizzazione per invertire la rotta».
Il pacchetto di riforme proposto dalla Confederazione punta a rilanciare il comparto attraverso quattro assi strategici.
Ricambio generazionale negli studi professionali
La quota di professionisti con almeno 55 anni è passata dal 21% al 34% negli ultimi quindici anni, mettendo a rischio il patrimonio di competenze del settore. «Il valore di uno studio sta nel rapporto di fiducia con i clienti, che non si trasferisce con la semplice cessione dei contratti. Quando il passaggio non è preparato lo studio chiude», ha dichiarato Zichichi.
«Serve un affiancamento strutturato tra senior e giovane, con forme di aggregazione che permettano al primo di restare e al secondo di acquisire quote gradualmente», è intervenuto sul punto Loprete. «La società tra professionisti in forma cooperativa è già oggi lo strumento più adatto. Serve però credito: nel Fondo di garanzia per le PMI chiediamo coperture alte e zero commissioni di istruttoria per chi acquista uno studio o una quota».
Accesso equo e tirocini retribuiti
Nonostante la propensione dei giovani verso la libera professione sia cresciuta del 18% dal 2011, le condizioni economiche d’ingresso pesano sul ricambio generazionale. «Tra gli avvocati, i giovani nati nei primi anni Novanta, a 30-32 anni, sono appena 3,7 per mille rispetto ai 6,5 delle generazioni precedenti. Le nuove generazioni entrano di meno e non recuperano», ha spiegato Zichichi. «Chiediamo più pratica durante gli studi, l’avvio del tirocinio già all’università e che il praticantato preveda un rimborso spese e un compenso, per non far dipendere l’accesso dalle condizioni economiche della famiglia».
«La delega in discussione alla Camera prevede il rimborso delle spese e la possibilità di riconoscere un compenso al praticante», ha proseguito Loprete. «Sono i principi giusti: la questione è che diventino regole esigibili nei decreti attuativi. E va corretta la clausola che oggi vieta agli enti pubblici di corrispondere l’indennità».
Tutela della genitorialità e superamento del divario di genere
La componente femminile è salita al 39%, ma sconta una forte penalizzazione legata ai carichi di cura familiari. «Con un figlio sotto i tre anni, una professionista su tre lavora a tempo parziale. All’inizio della carriera le donne dichiarano il 74% del reddito dei colleghi, dato che cala al 59% tra i 30 e i 40 anni e crolla al 52% tra i 40 e i 50 anni. Il divario si allarga proprio nelle età della cura», ha affermato Zichichi illustrando i divari reddituali. «Sosteniamo la proposta della Consulta del lavoro autonomo del CNEL che rafforza indennità e congedi per la Gestione separata INPS senza nuovi oneri».
Loprete ha quindi invocato una svolta culturale e politica: «Una professionista con un figlio piccolo lavora oltre quattro ore in meno a settimana di una collega senza figli; il divario tra madri e padri è più del doppio di quello dei dipendenti. Quattro professioniste su cinque considerano la maternità un rischio per la carriera. Non è una questione privata: è il punto in cui il Paese perde competenze che ha già pagato per formare».
Aggregazione, fisco e digitalizzazione degli studi
Le strutture senza dipendenti sono passate dall’83,6% del 2012 all’87,4% del 2024, evidenziando una frammentazione che ne limita la produttività. «La dimensione delle strutture conta», ha dichiarato Zichichi. «In quelle con 10-19 addetti il valore aggiunto per addetto è superiore del 56% rispetto a quelle più piccole».
«Per spingere le aggregazioni chiediamo di eliminare l’esclusione dal regime forfettario per chi controlla una società tra professionisti, cancellare la duplicazione del contributo integrativo. Studi aggregati investono di più in innovazione e capitale umano, un’urgenza non più rinviabile se consideriamo che quasi il 40% degli occupati svolge mansioni che potrebbero essere complementari all’intelligenza artificiale, soprattutto nella sanità e nei servizi professionali. Strutture piccolissime non possono fare questi investimenti da sole: per questo aderiamo al Manifesto per l’Italia digitale e chiediamo risorse pubbliche e un sistema di voucher con sconto in fattura per software, cybersecurity e IA», ha concluso Loprete.

