Il Parlamento europeo ha pubblicato un progetto di relazione sul divario retributivo e pensionistico di genere nell’Unione europea, un documento che fotografa la situazione attuale e delinea le misure necessarie per garantire una valutazione e una remunerazione più eque del lavoro, con particolare attenzione ai settori a prevalenza femminile.
Redatto congiuntamente dalla Commissione per l’occupazione e gli affari sociali e dalla Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, il testo – firmato dalle relatrici Irena Joveva e Mirosława Nykiel – evidenzia come, nonostante i progressi normativi, le disuguaglianze economiche tra uomini e donne restino profonde e strutturali.
Nel 2023, il divario di genere nelle retribuzioni orarie si attestava al 12%, con punte superiori al 18% in alcuni Stati membri. Il divario occupazionale di genere resta attorno al 10% e cresce fino al 16,5% per le donne con figli. Solo il 7,7% degli uomini lavora a tempo parziale, contro il 27,9% delle donne, spesso costrette a ridurre l’orario per motivi di assistenza familiare.
Queste disuguaglianze si riflettono anche sulle pensioni: nel 2023 il divario pensionistico di genere ha raggiunto il 25,4%, rendendo le donne anziane più esposte al rischio di povertà. La relazione segnala inoltre l’effetto del cosiddetto “handicap della maternità”, ovvero il divario retributivo tra madri e padri o tra donne con e senza figli, che rappresenta un ostacolo strutturale alla parità economica e alla stabilità demografica dell’UE.
Il documento sottolinea che colmare i divari di genere non è solo un dovere morale, ma anche una leva di crescita economica: nel 2023 le disuguaglianze di genere sono costate all’Unione 390 miliardi di euro in termini di mancati guadagni e contributi previdenziali non versati.
Secondo le stime, eliminare il divario occupazionale di genere potrebbe incrementare il PIL pro capite europeo tra il 3,2% e il 5,5% entro il 2050. La relazione richiama anche il rapporto Draghi sulla competitività europea, che collega la partecipazione femminile al lavoro al rafforzamento della produttività e della crescita. Le relatrici invitano a integrare la parità di genere in tutti i programmi UE dedicati a competitività, competenze, innovazione e transizione verde e digitale.
Tra le principali criticità, il Parlamento evidenzia:
- la segmentazione di genere tra settori e professioni, con sovrarappresentazione femminile nei comparti a bassa retribuzione e sottorappresentazione nei ruoli dirigenziali;
- la distribuzione iniqua delle responsabilità di cura, che limita la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro;
- la sottovalutazione economica dei lavori nei settori femminilizzati, spesso caratterizzati da scarse tutele e pensioni deboli.
Per affrontare queste sfide, la relazione invita la Commissione europea a elaborare una nuova strategia per la parità di genere, accompagnata da un piano d’azione vincolante per eliminare il divario retributivo e pensionistico, con obiettivi misurabili a livello europeo. Tra le raccomandazioni principali:
- sostenere forme di lavoro flessibili e servizi di cura accessibili;
- incentivare l’imprenditoria femminile e l’accesso delle donne a finanziamenti e capitale di rischio;
- valorizzare il lavoro nei settori a prevalenza femminile tramite salari adeguati e percorsi di carriera trasparenti;
- garantire pensioni minime dignitose, crediti di assistenza per chi interrompe la carriera e piena inclusione dei lavoratori part-time nei sistemi pensionistici complementari.
Il Parlamento sottolinea infine il ruolo cruciale delle parti sociali, chiamate a includere misure per la parità salariale nei contratti collettivi, e sollecita il pieno recepimento della direttiva UE sulla trasparenza retributiva.
Le posizioni dei gruppi politici
Durante il dibattito parlamentare, i rappresentanti dei gruppi politici hanno sottolineato aspetti specifici:
- PPE – L’On. Giusi Princi ha evidenziato la necessità di riconoscere il lavoro di cura non retribuito, riformare i sistemi pensionistici per tutelare chi interrompe la carriera per motivi familiari e promuovere flessibilità lavorativa e congedi parentali, rafforzando la contrattazione collettiva nei settori a prevalenza femminile.
- S&D – Ha richiamato l’importanza della trasparenza salariale, di meccanismi di controllo efficaci e di report annuali sui progressi. Ha chiesto tempi vincolanti, responsabilità chiara a livello UE e nazionale, un gruppo di monitoraggio permanente e l’integrazione della prospettiva di genere nelle transizioni digitale e verde.
- PfE – Ha criticato interventi UE percepiti come eccessivamente burocratici, sottolineando che le politiche di parità di genere non devono penalizzare il sostegno alle famiglie e devono promuovere la libertà di scelta individuale.
- Renew – Ha insistito sull’attuazione efficace delle politiche negli Stati membri, con supervisione UE, indicatori armonizzati e dati dettagliati per confronti tra paesi. Ha ribadito l’importanza della trasparenza salariale, degli audit regolari e dell’integrazione del gender budgeting a tutti i livelli di governo.
- Verdi – Hanno collegato il persistere del divario salariale a stereotipi di genere e a investimenti insufficienti in settori come sanità, istruzione e servizi sociali. Hanno chiesto riforme nei curricula, finanziamenti UE mirati, modelli di retribuzione nei servizi pubblici e monitoraggio degli obiettivi di parità in tutti gli investimenti UE.
- ESN – Ha difeso la sovranità nazionale in materia di lavoro e politiche sociali, sottolineando che le regole su salari e pensioni devono rispettare le economie e le culture locali, avvertendo che una regolamentazione UE eccessiva potrebbe avere effetti negativi su occupazione e crescita.
Il Parlamento ribadisce che solo un lavoro formale e di qualità può garantire protezione sociale equa e reale indipendenza economica delle donne. Si chiede, pertanto, che la dimensione di genere sia integrata nel prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’UE, affinché le risorse europee contribuiscano concretamente a ridurre le disuguaglianze strutturali e a rafforzare la competitività inclusiva dell’economia europea.

