Il Gender Equality Index, edizione 2025, della European Institute for Gender Equality, l’agenzia UE che sovrintende alla raccolta e all’analisi dei dati sulla parità tra donne e uomini presenta un’immagine molto dettagliata delle differenze esistenti in Europa.
Il nostro Paese mostra una performance in progresso costante, anche se il ritmo non permette ancora di raggiungere i Paesi più avanzati come Svezia, Francia, Danimarca e Spagna, che superano i 70 punti. Il punteggio di 61,9 conferma i miglioramenti degli ultimi anni (nel 2010 il Paese si collocava a 45 punti) e si avvicina alla media UE di 63,4 punti.
Il tema più delicato riguarda il lavoro. L’Italia occupa ancora le ultime posizioni europee e il punteggio di 61 ne è una conferma evidente. La partecipazione femminile rimane bassa, non competitiva è la qualità dell’occupazione, le retribuzioni sono ben al di sotto delle medie europee e il part-time involontario è particolarmente diffuso. A questo si aggiunge la scarsa presenza nei settori tecnologici e nei ruoli ad alta qualificazione. Paesi come Portogallo, Finlandia e Polonia mostrano risultati più dinamici e mettono in evidenza possibilità di miglioramento oggi ancora non pienamente sfruttate dall’Italia.
Il quadro economico appare più stabile. Con 67 punti, il Paese evidenzia una buona tenuta complessiva delle condizioni economiche delle donne lungo il corso della vita. Persistono comunque differenze salariali significative che limitano la possibilità di avanzare ulteriormente, soprattutto quando il confronto avviene con gli Stati più performanti.
Nell’istruzione emerge una situazione intermedia con un punteggio di 59,4. La principale difficoltà riguarda la segregazione nei percorsi formativi. Le discipline scientifiche e tecnologiche continuano a essere scelte da poche donne, mentre quelle educative e della cura attirano pochi uomini. Questo squilibrio si ripropone poi nel mercato del lavoro e contribuisce al mantenimento del gender gap.
La gestione del tempo rappresenta uno degli aspetti più critici. Il valore di 56,8 è tra i più bassi d’Europa e riflette la le problematiche familiari e di genere rispetto all’attività di cura. Le donne dedicano molte più ore degli uomini al lavoro non retribuito: domestico e della famiglia. Questa situazione riduce le opportunità professionali e rende più difficile costruire una carriera stabile. Nei Paesi nordici la presenza di servizi pubblici più estesi e una maggiore condivisione dei compiti familiari producono risultati molto più equilibrati.
Quanto alla presenza nei luoghi decisionali (indicatore potere) il punteggio di 47,9 mostra una sottorappresentazione femminile. Assai ridotta e lontana dalla parità la presenza nelle istituzioni politiche, nei consigli di amministrazione e nei ruoli dirigenziali. Il confronto con Paesi come Francia e Belgio evidenzia un divario marcato e difficile da colmare senza interventi mirati.
L’unico settore in cui l’Italia presenta un risultato nettamente positivo è quello della salute. Con 86,9 punti il Paese rientra tra i migliori in Europa. Le italiane vivono a lungo, presentano buoni livelli di salute e hanno un accesso adeguato ai servizi sanitari. Questo quadro molto favorevole, condiviso con altri Stati europei, non riesce comunque a compensare gli squilibri presenti negli altri ambiti dell’indice.
Nel complesso l’Italia, pur non raggiungendo i livelli dei Paesi avanzati, appare più solida rispetto a Stati come Grecia, Romania, Croazia o Ungheria. Rimangono però problematici e condizionano l’intero quadro: la partecipazione limitata al mercato del lavoro, l’attività di cura sbilanciata nei carichi e la scarsa presenza femminile nei ruoli decisionali.

