Lavorare nell’era dell’IA: tra gestione automatizzata e il bisogno di restare “umani”

Il rapporto European Working Conditions Survey 2024 di Eurofound descrive un’Europa in piena trasformazione, dove alla crescita dell’occupazione si affiancano nuove criticità legate allo stress, alla digitalizzazione del lavoro e alle disuguaglianze di genere

Il mercato del lavoro europeo sta attraversando una fase di profonda metamorfosi. Questo è quanto emerso lo scorso 21 aprile presso il Parlamento Europeo di Bruxelles, durante l’evento “Working in the age of AI – How are working conditions changing across Europe?”, organizzato da Eurofound.

L’incontro, che ha visto la partecipazione di figure chiave come Li Andersson (Presidente della Commissione Occupazione e Affari Sociali) e rappresentanti della Commissione Europea e del CEPS, ha gettato luce sui risultati dell’European Working Conditions Survey (EWCS) 2024. Sebbene i dati mostrino un continente con un’occupazione record, le sfide legate alla salute mentale e alla gestione tecnologica restano prioritarie.

L’Europa sta vivendo un momento storico per il mercato del lavoro. Con 207,8 milioni di occupati e un tasso di disoccupazione ai minimi generazionali (5,8%), il continente non ha mai avuto così tante persone attive. Tuttavia, dietro questi numeri da record si nasconde una realtà complessa, fatta di progressi nella qualità dell’impiego ma anche di nuove forme di logorio fisico e mentale.

Per valutare lo stato di salute del lavoro, il rapporto analizza sette indici fondamentali. Dal 2010 a oggi, quattro di questi sono migliorati: le prospettive di carriera, l’utilizzo delle competenze, la qualità dell’orario e l’ambiente fisico. Al contrario, l’intensità del lavoro e l’ambiente sociale mostrano segni di cedimento, specialmente per le donne, riflettendo un aumento della pressione e dei comportamenti sociali negativi.

Uno degli aspetti più nuovi del rapporto riguarda il ruolo crescente della tecnologia nel lavoro quotidiano. Oggi circa il 70% dei lavoratori utilizza strumenti digitali in modo regolare, mentre una quota sempre più significativa ricorre anche all’Intelligenza Artificiale generativa. Questa tecnologia è già presente per il 12% della forza lavoro, con livelli ancora più elevati in paesi come Svezia e Belgio.

Il cambiamento più rilevante riguarda il modo in cui il lavoro viene organizzato. Sempre più spesso non è una persona a distribuire i compiti o a valutare le prestazioni, ma sistemi automatizzati. Si parla di gestione algoritmica, cioè l’uso di software che decide cosa deve fare il lavoratore, quando e come. Oggi il 16% dei lavoratori riceve incarichi direttamente da questi sistemi e il 18% viene monitorato nelle prestazioni. Questo avviene soprattutto in settori come la finanza e i trasporti, dove il lavoro è già fortemente basato sui dati.

Molti lavoratori hanno poco controllo su queste decisioni, infatti, solo il 57% sa come contestarle. Questo significa che le regole non sono ancora abbastanza chiare e che, in molti casi, il lavoratore rischia di essere guidato da sistemi che non può davvero controllare.

Parallelamente, il tema del benessere emerge con forza. Sebbene l’80% degli europei si dichiari in buona salute, il malessere resta diffuso. I disturbi muscoloscheletrici restano i più comuni (52% soffre di mal di schiena), ma è la stanchezza a preoccupare. Il 28% dei lavoratori si sente fisicamente esausto alla fine della giornata sempre o per la maggior parte del tempo, mentre il 13% si sente emotivamente prosciugato dal proprio lavoro. Il settore sanitario è quello più a rischio, con un quinto dei lavoratori che mostra segni potenziali di depressione.

Per la prima volta, l’indagine ha analizzato quanto le aziende sostengano la salute femminile. I dati mostrano una carenza di supporto, poiché solo il 20% delle lavoratrici riceve adattamenti per periodi mestruali dolorosi e appena il 15% per i sintomi della menopausa. A questo si aggiunge lo squilibrio domestico. Le donne dedicano 27 ore a settimana alla cura dei figli (contro le 17 dei padri) e 15 ore ai lavori di casa (contro le 8 degli uomini).

Il rapporto evidenzia un vero e proprio paradosso formativo, poiché il 30% dei lavoratori europei si dichiara “overskilled”, cioè possiede competenze superiori rispetto a quelle richieste dal proprio ruolo. Questo dato segnala un possibile spreco di talento e una scarsa valorizzazione delle capacità individuali.

Oltre a ciò, sul piano della partecipazione in azienda emerge un deficit preoccupante. Il 21% dei dipendenti non dispone di alcuna forma di rappresentanza sindacale né di momenti strutturati per esprimere la propria opinione. Questa mancanza di voce risulta particolarmente marcata in alcuni settori, come l’agricoltura, dove raggiunge il 57%, e il commercio.

In un’Europa che invecchia, la sostenibilità del lavoro è la chiave. L’87% dei lavoratori tra i 45 e i 54 anni ritiene di poter continuare a svolgere il proprio compito fino a 60 anni. Tuttavia, questa fiducia crolla sotto il 60% per chi svolge professioni elementari o manuali pesanti, segno che per rendere il lavoro davvero sostenibile bisogna intervenire prioritariamente sulla riduzione dei rischi fisici e dell’intensità lavorativa.

Alla luce dei dati emersi, il rapporto EWCS 2024 ci dice che il lavoro in Europa sta diventando più qualificato e flessibile, ma per essere davvero “human-centered” e sostenibile deve ancora colmare i divari di genere, garantire il diritto alla salute mentale e dare più ascolto a chi, ogni giorno, fa girare l’economia del continente.

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