La parità di genere nello sport italiano

L’intervista ad Antonella Bellutti approfondisce i risultati della ricerca SIMO (Sport Inclusion Modern Output), che analizza il gender gap nello sport italiano attraverso i dati raccolti da 876 atlete. Emergono criticità strutturali che incidono non solo sui percorsi sportivi, ma anche sul benessere psicologico e sociale delle persone

L’intervista ad Antonella Bellutti approfondisce i risultati della ricerca SIMO (Sport Inclusion Modern Output), che analizza il gender gap nello sport italiano attraverso i dati raccolti da 876 atlete. Emergono criticità strutturali che incidono non solo sui percorsi sportivi, ma anche sul benessere psicologico e sociale delle persone: difficoltà nel conciliare sport e studio, scarsa presenza femminile nei ruoli decisionali, disuguaglianze economiche e una rilevante incidenza di discriminazioni e violenza psicologica. Nonostante i successi delle atlete, il sistema sportivo italiano continua a mostrare profonde disparità.

L’intervista riflette sulle cause di questo squilibrio e sulle azioni necessarie per promuovere un cambiamento reale, richiamando l’attenzione dei professionisti della salute sull’importanza di riconoscere e prevenire i fattori di rischio che possono compromettere il benessere, la sicurezza e la piena partecipazione delle donne nello sport.

di Fiorella Chiappi, Presidente CPO

(Comitato Pari Opportunità) PLP

 

Lo sport, spesso percepito come un ambito meritocratico e quindi equo, continua a essere attraversato da una mancanza di pari opportunità, disuguaglianze e stereotipi di genere che limitano i diritti nello sport e possono rappresentare un fattore di rischio per il benessere psicofisico delle atlete e degli atleti, soprattutto quando i contesti sportivi non sono in grado di riconoscerne e tutelarne bisogni, differenze e diritti.

In questo contesto s’inserisce la ricerca “Donne nello sport – SIMO (Sport Inclusion Modern Output)”, realizzata da Antonella Bellutti e premiata a Monza, il 25 settembre 2025, da Soroptimist International d’Italia nell’ambito del Bando XXVennale 2025. L’indagine offre una lettura approfondita del gender gap nello sport italiano, evidenziando criticità strutturali ancora diffuse, dalla partecipazione alle leadership fino alla sicurezza e alla tutela delle atlete. Affronta inoltre il tema del Safeguarding, ovvero l’insieme delle misure di protezione e sicurezza rivolte alle atlete e agli atleti, oggi considerate fondamentali per garantire pari opportunità e prevenire episodi di violenza, discriminazione o abuso negli ambienti sportivi.

Ne discutiamo con l’autrice che, dopo un inizio nell’atletica leggera, si afferma nel ciclismo su pista conquistando due ori olimpici ad Atlanta 1996 e Sydney 2000. Successivamente partecipa anche ai Giochi olimpici invernali nel bob, diventando l’unica atleta italiana presente ai Giochi con tre diverse Federazioni e in edizioni sia estive sia invernali.

Laureata in Scienze Motorie, ha ricoperto ruoli tecnici e istituzionali, tra cui nella Giunta nazionale CONI e nella Commissione antidoping, ed è stata candidata nel 2021 alla Presidenza del CONI. È impegnata nella promozione delle pari opportunità nello sport, collabora con università sui programmi di doppia carriera, è formatrice, editorialista per “Domani” e relatrice TEDx. Il suo nome è inserito nella Walk of Fame dello sport italiano.

D. Quando nasce la sua attenzione per il tema della parità di genere nello sport? È un impegno che affonda le radici nella sua esperienza di atleta?

R. La consapevolezza è nata mentre ero ancora atleta, perché ho vissuto in prima persona discriminazioni e stereotipi, ma è diventata un impegno strutturato dopo la fine della carriera. Quando ho iniziato a lavorare nelle istituzioni sportive (dalla Giunta nazionale del CONI alla Direzione Tecnica della Federazione ciclistica) ho visto dall’interno quanto il sistema fosse costruito su logiche maschili e quanto fosse necessario portare dati, competenze e visione per cambiare davvero le cose. Da lì è iniziato un percorso che oggi è parte integrante del mio lavoro.

D. Come nasce il progetto SIMO e qual era la domanda principale a cui voleva rispondere?

R. SIMO nasce da una domanda semplice ma fondamentale: “le atlete italiane vivono condizioni eque rispetto ai colleghi uomini?” Per rispondere servivano dati, non solo percezioni. Il bando Soroptimist mi ha dato la motivazione per costruire una ricerca rigorosa, i cui risultati poi potessero godere di una cassa di risonanza data dal contesto del concorso. Ho raccolto 876 questionari, di 72 items, per fotografare lo sport italiano attraverso cinque aree chiave: partecipazione, leadership, sicurezza, rappresentazione e risorse. Volevo emergesse dove si annidano le disuguaglianze e quali leve possono essere le leve del cambiamento.

D. Dai dati raccolti emerge un quadro articolato. Quale delle cinque aree analizzate restituisce l’immagine più critica della condizione femminile nello sport italiano?

R. Tutte rivelano criticità, ma le risposte raccolte nelle aree “sicurezza e risorse” sono le più drammatiche. Il 44% delle atlete dichiara di aver subìto violenza psicologica e l’86% percepisce disparità negli investimenti; il 77%non ha mai avuto un contratto o una scrittura privata. Questi due dati, insieme, mostrano un sistema che non solo non valorizza le donne, ma spesso le espone a rischi e svalutazione. Sottolineo che il campione è molto eterogeneo ma la maggior parte delle risposte sono arrivate da atlete di volley, calcio, basket e scherma, discipline dove i risultati delle donne sono molto importanti e le cui federazioni hanno più attenzione alle pari opportunità. Questo per ipotizzare che, molto probabilmente, i risultati sarebbero stati ancora peggiori se le risposte fossero arrivate maggiormente da atlete di altre federazioni.

D. Quasi la metà delle atlete segnala difficoltà nel conciliare sport e studio. Quanto pesa questo fattore sulla continuità della carriera sportiva?

R. Incide moltissimo. Il 48% del campione ha avuto difficoltà, spesso già prima dei 16 anni. Senza programmi di doppia carriera inclusivi, lo studio diventa il primo fattore di abbandono. E questo colpisce soprattutto le ragazze, che più dei coetanei sentono la pressione di “scegliere”: sì. perché non offrendo l’agonismo non rappresenta una scelta ragionevole.

D. La ricerca evidenzia una forte sottorappresentazione femminile nei ruoli di vertice. Quali conseguenze produce questa situazione?

R. Un impatto enorme. Il 69% delle atlete non ha mai avuto una presidente di club donna. Senza modelli femminili, le giovani non immaginano di poter guidare. E il sistema continua a riprodurre leadership maschili che non sempre comprendono le esigenze delle atlete.

D. Perché per molte ex atlete il passaggio a ruoli tecnici o dirigenziali continua a essere così difficile?

R. Perché il sistema non prevede percorsi di transizione. Il 57% delle ex atlete non è stato incoraggiato. Mancano mentoring, formazione e soprattutto opportunità reali. Le donne entrano poco e tardi nei luoghi decisionali, e spesso solo in ruoli marginali.

D. Uno dei dati più allarmanti riguarda la violenza psicologica. Che cosa ci dice questo fenomeno sullo stato della cultura sportiva nel nostro Paese?

R. Come un campanello d’allarme strutturale. Il 44% delle atlete l’ha subita, e nell’81% dei casi da tecnici. Significa che la cultura sportiva italiana è ancora basata su modelli autoritari, non educativi. Non è un problema di “mele marce”, ma di sistema.

D. La figura del Safeguarding Officer può davvero migliorare la tutela delle atlete?

R. Può farlo solo se è indipendente, formata e riconosciuta. Oggi molte atlete (23%) non si rivolgerebbero a questa figura per paura di ritorsioni. La ragione principale è il timore di ripercussioni (40%) e la percezione che, questa figura non sia affidabile (34%). Se resta un ruolo formale, non cambierà nulla. Se diventa un presidio culturale, può trasformare l’ambiente.

D. Quanto incidono ancora gli stereotipi legati al corpo femminile e quale responsabilità hanno media e social network nel perpetuarli?

R. Pesano terribilmente. Il 38% delle atlete ha vissuto disagio per il proprio aspetto e il 46% delle atlete in attività subisce critiche sui social. Il corpo femminile è ancora oggettivato: si giudica l’estetica prima della prestazione. I media amplificano questa distorsione.

D. La ricerca evidenzia una significativa disparità nell’accesso alle risorse. Quanto questo fattore condiziona le opportunità di carriera delle atlete?

R. Solo il 15,6% delle atlete in attività ha un contratto sportivo. Senza tutele economiche non si può programmare una carriera, né una vita. La disparità negli investimenti crea un divario che si autoalimenta.

D. Perché è così difficile colmare il divario nei ruoli decisionali?

R. Perché il sistema sportivo italiano è ancora costruito su logiche di cooptazione maschile. Il 96% delle Federazioni ha un presidente uomo. Anzi di recente una delle due donne presidenti si è dimessa. Le donne entrano solo quando non minacciano gli equilibri di potere oppure per fare finta che qualcosa cambi mentre dietro le quinte la governance è la stessa.

D. Se dovesse indicare una sola priorità per rendere lo sport italiano più equo e inclusivo, quale sarebbe?

R. Rendere obbligatoria la formazione sulla parità di genere e sulla leadership trasformazionale per tecnici e dirigenti e collegarla ai requisiti per ottenere fondi pubblici. Senza cambiare la cultura, nessuna riforma sarà sufficiente.