Il settore delle libere professioni dispone finalmente di uno strumento dedicato per misurare il proprio stato di salute economica. È l’Indice di fiducia dei professionisti, un parametro che rileva per la prima volta le aspettative di oltre un milione e mezzo di autonomi. Il risultato inaugurale non è brillante: il valore medio si attesta a -9,4, ben al di sotto della media Istat delle imprese dei servizi di mercato (-4,1). Un segnale che evidenzia un clima più cauto e prudente rispetto al resto del comparto.
Un nuovo strumento per leggere il settore
L’indicatore nasce all’interno dell’Osservatorio delle libere professioni e colma un vuoto informativo significativo, offrendo una prospettiva aggiornata sulla fase che stanno attraversando gli studi professionali. L’indagine, condotta con Confprofessioni, Gestione Professionisti e BeProf, ha coinvolto circa 1.280 professionisti, includendo anche chi opera senza dipendenti o con microstrutture. Un universo eterogeneo, che mette in luce differenze profonde per area di attività, età, territorio e organizzazione.
Settori: tra resilienza e criticità
Il quadro settoriale è molto variegato. Alcune categorie mostrano un atteggiamento relativamente più stabile, come le attività scientifiche e tecniche (-3,9), architetti e ingegneri (-5,6) e consulenti del lavoro (-5,8). Al contrario, emergono comparti in forte sofferenza: attività mediche e assistenziali (-16,0), odontoiatri (-12,9), area economico‑finanziaria (-12,0) e settore legale (-10,0). Le professioni tecnico‑specialistiche toccano addirittura -20,4, evidenziando un disagio particolarmente marcato.
Giovani più ottimisti, senior più prudenti
L’età rappresenta un’altra linea di demarcazione. Gli under 44 registrano un indice di -4,9, mentre gli over 65 scendono a -12,6. I professionisti più giovani sembrano intravedere maggiori margini di crescita, mentre le generazioni più mature mostrano un approccio più guardingo. Le differenze di genere risultano invece trascurabili.
Nord Est in difficoltà, Centro e Nord Ovest più stabili
Anche la geografia incide. Il Nord Est è l’area più pessimista (-11,7), mentre Centro e Nord Ovest mostrano una maggiore tenuta. Il Mezzogiorno si colloca in una posizione intermedia, con un livello di fiducia debole ma vicino alla media nazionale. Un quadro che riflette la diversa struttura economica dei territori e la capacità degli studi di reagire alle incertezze.
La dimensione dello studio pesa
La struttura organizzativa fa la differenza: gli studi senza dipendenti registrano un indice di -13,8, mentre quelli con almeno sei addetti si fermano a -6,5. Le realtà più organizzate mostrano quindi aspettative meno negative, grazie a una maggiore solidità interna e capacità di investimento.
Assunzioni 2026: prevale l’attesa
Sul fronte occupazionale, il 2026 si apre all’insegna della prudenza. Solo il 13,6% dei professionisti prevede nuove assunzioni, mentre quasi due terzi non intendono ampliare il personale. Architetti e ingegneri risultano i più propensi a inserire nuove risorse, mentre avvocati, notai, odontoiatri e professioni mediche restano molto cauti. La propensione cresce tra i più giovani e negli studi più strutturati, dove supera il 30%.
Un comparto che cambia, tra fragilità e nuove leve di crescita
Questa prima edizione dell’Indice di fiducia dei professionisti restituisce un’immagine chiara: il settore vive una fase di incertezza e mostra aspettative più deboli rispetto al resto dei servizi. Allo stesso tempo, emergono segnali di trasformazione, in cui innovazione, organizzazione e capacità di adattamento diventano elementi chiave. Un punto di partenza utile per comprendere l’evoluzione delle libere professioni italiane e orientare politiche mirate.

