Lavorare meno a parità di stipendio, l’Europa ci crede mentre l’Italia resta a metà strada. Il modello dei quattro giorni avanza ovunque per salvare l’equilibrio tra vita privata e lavoro. Da noi manca una legge dello Stato, quindi la rivoluzione del tempo libero si gioca tutta sui contratti firmati tra aziende e sindacati.
Qualsiasi sperimentazione nell’Unione Europea deve muoversi entro i confini delle direttive comunitarie. Innanzitutto, la Direttiva sull’orario di lavoro (2003/88/CE) che prevede un massimo di 48 ore settimanali (straordinari inclusi) e almeno 11 ore di riposo consecutivo ogni 24 ore. A questa si affianca la Direttiva sull’equilibrio vita-lavoro (2019/1158/UE), che rafforza il diritto a chiedere orari flessibili per esigenze di cura familiare. Ma se i confini della legge europea sono uguali per tutti, i singoli Paesi si muovono a velocità diverse.
Mentre il Belgio permette per legge di comprimere le 38 ore standard in quattro giorni (lavorando di più nei giorni attivi) e la Grecia segue una strada simile, Spagna e Portogallo hanno avviato progetti pilota finanziati dai governi per testare la settimana di 32 ore senza tagli in busta paga. In Germania, invece, il braccio di ferro è nel settore dell’acciaio per scendere a 32 ore e accompagnare la transizione industriale.
In questo scenario l’Italia non ha una normativa nazionale, ma il terreno è decisamente fertile. Il 55% degli italiani accetterebbe persino uno stipendio più basso pur di avere un giorno libero in più (con un consenso che sale al 32% tra gli impiegati e scende al 15% tra gli operai), e il 53% dei manager delle risorse umane si dice favorevole, pur con qualche cautela su costi e organizzazione.
Il cambiamento, infatti, sta avvenendo soprattutto attraverso la contrattazione collettiva. Nel settore bancario l’orario è già sceso da 40 a 37,5 ore nel 2019, con un ulteriore taglio a 37 ore dal 2024 (circa 270.000 lavoratori coinvolti). Nel comparto metalmeccanico, Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil chiedono di portare l’orario a 35 ore nel rinnovo 2024-2027. Anche nelle telecomunicazioni sono previsti accordi aziendali per ridurre l’orario senza tagli di stipendio.
Questa spinta della contrattazione collettiva, però, si scontra con una realtà inevitabile. Non tutti i settori possono permetterselo. Se i comparti della conoscenza e dei servizi (tecnologia, marketing e consulenza) si adattano facilmente a modelli di lavoro più flessibili, la situazione è diversa per la manifattura, la logistica, i trasporti e la sanità, dove la continuità operativa e i ritmi produttivi rendono molto più difficile ridurre l’orario senza ricorrere a nuove assunzioni.
I benefici potenziali sono numerosi. In primo luogo, una maggiore parità di genere: gestire meglio il tempo riduce la necessità del part-time per la cura della famiglia, un peso che oggi grava quasi tutto sulle donne. Inoltre, le aziende che offrono la settimana corta diventano calamite per i migliori talenti.
I rischi, però, non mancano. C’è il timore che la produttività non compensi il giorno in meno e il rischio di un impatto negativo sulle pensioni se la riduzione non viene gestita bene come nel caso olandese Achmea dove il minor tempo con medesime mansioni ha causato l’aumento dello stress.
Allo stesso tempo insieme ai CCNL, la politica italiana continua a proporre soluzioni differenti. Sinistra Italiana spinge per un limite massimo di 34 ore settimanali a parità di salario, con forti incentivi per il Sud. Il Movimento 5 Stelle punta su esoneri contributivi fino a 8.000 euro all’anno per le imprese che tagliano l’orario e il Partito Democratico propone uno sconto sui contributi del 30% per chi avvia le sperimentazioni.
Il futuro della settimana corta in Italia, per ora, resta scritto sulle scrivanie delle trattative aziendali: sono i contratti, e non i decreti, a ridisegnare il tempo libero di milioni di lavoratori.

