di Fiorella Chiappi, Presidente CPO (Comitato Pari Opportunità) PLP
In Italia, come negli altri Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione di Istanbul, il GREVIO – Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence – ha il compito di vigilare e valutare le misure adottate per contrastare la violenza contro le donne e quella domestica. Nel suo rapporto 2020 dedicato all’Italia, il GREVIO ha evidenziato alcune persistenti aree di criticità, tra cui la diffusione di stereotipi di genere anche in ambito giudiziario. Pur disponendo di strumenti legislativi adeguati, il nostro Paese continua a mostrare fragilità culturali profonde che ostacolano la comprensione e la gestione del fenomeno della violenza contro le donne.
È in questo scenario che si colloca l’Osservatorio STEP – Ricerca e Informazione, presieduto da Flaminia Saccà, professoressa di Sociologia dei fenomeni politici e docente di Sociologia della violenza di genere presso la Sapienza Università di Roma. Un Osservatorio nazionale e indipendente sulla rappresentazione sociale della violenza maschile alle donne nel racconto dei media e sul manifesto di Venezia. Nasce nel 2023 da un accordo non oneroso di collaborazione scientifica tra il Dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione della Sapienza Università di Roma e la Commissione Pari Opportunità (CPO) della Federazione Nazionale della Stampa, la Commissione Pari Opportunità (CPO) del Consiglio Nazionale Ordine dei Giornalisti, la Commissione Pari Opportunità (CPO) dell’USIGRAI, GiULiA (GIornaliste Unite LIbere Autonome), il Dipartimento di Economia, Ingegneria, Società e Impresa (DEIM) dell’Università degli Studi della Tuscia. Si avvale di un team di ricerca e di giovani stagiste/i per il monitoraggio quotidiano degli articoli sulla violenza alle donne, con l’obiettivo di analizzare, riconoscere e contrastare gli stereotipi e i pregiudizi che ancora oggi sono così frequenti nella narrazione della violenza.
D. Partiamo dall’inizio: come nasce l’Osservatorio?
L’Osservatorio ha come obiettivi principali:
- il monitoraggio del racconto giornalistico della violenza alle donne;
- la formazione professionale e accademica, rivolta sia a giornaliste/i che a studentesse/studenti, in materia di una corretta informazione, di un linguaggio corretto e rispettoso delle donne in generale e delle donne che hanno subìto violenza in particolare;
- il contrasto della vittimizzazione secondaria (e terziaria).
Ma andiamo con ordine. Il nostro lavoro inizia nel 2017, quando con il primo progetto STEP – “Stereotipo e Pregiudizio: per un cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze di polizia e nei media” vinciamo un bando del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il progetto, da me coordinato, vedeva l’Università della Tuscia capofila ed è stato realizzato in partnership con l’Associazione Differenza Donna Ong. In tre anni abbiamo condotto un’ampia indagine sociologica e linguistica su oltre 16.700 articoli di stampa e 283 sentenze giudiziarie, evidenziando come gli stereotipi di genere s’insinuino nel linguaggio quotidiano della cronaca e della giustizia, distorcendo la realtà della violenza. Offuscando i maltrattanti e i femminicidi e passando per contro al setaccio i comportamenti delle vittime. Abbiamo quindi deciso di aggiungere un ulteriore tassello a quella ricerca: ascoltare le donne che hanno vissuto violenza. Dare loro voce. Ne abbiamo intervistate 10. Le loro storie sono pubblicate nel libro Sopravvissute (Castelvecchi, 2022), scritto a quattro mani da me e la più giovane delle mie collaboratrici dell’epoca, la Dott.ssa Rosalba Belmonte. Emergeva un vissuto di cui non si trovava traccia nel racconto giornalistico e nemmeno nelle sentenze. Fatto di normalizzazione della violenza da parte della rete di prossimità di queste donne, ma anche da parte degli specialisti: assistenti sociali, forze dell’Ordine, avvocati, magistrati, psicologi. Ne emergeva una capacità interpretativa dei fatti compromessa proprio da quegli stereotipi e pregiudizi che avevamo rilevato nella stampa e nelle sentenze. Ed è per questo che abbiamo deciso di andare avanti, di scrivere altri progetti, li abbiamo vinti, abbiamo analizzato altri 40.000 articoli e altre 500 sentenze. Il team di ricerca si è allargato, abbiamo coinvolto studentesse, studenti, docenti e ricercatrici. E abbiamo deciso di collaborare con le organizzazioni della stampa, per contribuire tutte insieme, al contrasto di quell’humus culturale che favorisce la normalizzazione della violenza, gettando le basi per la sua riproduzione.
D. Nel linguaggio delle sentenze, quali stereotipi e gender bias avete riscontrato?
Abbiamo riscontrato innanzitutto che le vittime non sono tutte uguali. Alcune, sono considerate più “vittime” di altre. Le donne giovani, bianche, studentesse, dalla vita irrepresensibile ad esempio, sono più facilmente inquadrate come vittime. Anche le madri di famiglia che magari si sono sacrificate per una vita, sopportando le vessazioni del coniuge, sono più facilmente riconosciute come vittime. Mentre le donne autonome con una vita affettiva o sessuale più libera, tendono ad essere passate al microscopio. E fatte oggetto di victim blaming. È emerso anche che in alcuni casi estremi ma non così rari, si può trovare il giudice che empatizza con il femminicida. Che scrive nero su bianco, a sentenza che, dato che lei era ubriaca, urlava, lo faceva impazzire, lui ha preso un coltello e “in modo non del tutto umanamente incomprensibile, l’ha uccisa”.
D. C’è anche un elenco di raccomandazioni per chi scrive le sentenze…
Sì, con l’aiuto prezioso di un comitato scientifico-professionale, composto da magistrati, procuratori, procuratrici, avvocate e giornaliste, abbiamo stilato un breve compendio di buone e cattive pratiche, sia per quanto riguarda le sentenze, che gli articoli di giornale e lo abbiamo pubblicato in un volume (F. Saccà, “Stereotipo e pregiudizio. La rappresentazione giuridica e mediatica della violenza di genere”, Franco Angeli) in Open Access, scaricabile gratuitamente qui https://series.francoangeli.it/index.php/oa/catalog/book/661. Tra le raccomandazioni fondamentali: occorre ascoltare la vittima, verificare la coerenza della narrazione, ritenerla credibile, senza porre in dubbio la sua moralità come se fosse lei l’imputata. È necessario piuttosto accertare i fatti, non giudicare la personalità della vittima, rischiando di rivittimizzarla e causarle un ulteriore danno.
D. Che cosa emerge dall’analisi della stampa?
Se la donna tende ad essere rivittimizzata nei tribunali come nella stampa – la matrice patriarcale degli stereotipi è la stessa – per l’offender invece si tende a manifestare empatia. La filosofa Kate Manne ha coniato un termine molto efficace per sintetizzare il fenomeno: Himpathy. Una crasi tra “him”, sua, di lui, ed “empathy”, empatia. Ovvero, l’empatia per lui. La violenza maschile alle donne è forse l’unico caso in cui la vittima di un reato viene di sovente messa sul banco degli imputati mentre al reo si riconoscono tutte le attenuanti già dal racconto giornalistico. È una costante culturale. Ancora oggi è in certa misura un tabù definire un uomo che ha stuprato una donna come uno stupratore. Così troveremo che “due quindicenni ubriache fradice” sono state stuprate a un party in spiaggia “dall’amichetto”. Una parola dolcissima e innocua per definire una persona che ha compiuto un atto tanto brutale e vigliacco. O ancora, un imprenditore che ha drogato e stuprato in modo particolarmente reificante, secondo le parole della gip, una serie di donne giovani e giovanissime, verrà incensato dalla grande stampa, che lo definirà geniale, non senza rammaricarsi del fatto che ora, per questo “incidente di percorso” tanta intelligenza creativa dovrà giocoforza arrestarsi per qualche tempo.
D. Avete proposto anche alternative linguistiche, vero?
Abbiamo proposto una narrazione che utilizzi un “frame”, una cornice interpretativa dei fatti, più corretto. Che non romanticizzi la violenza, che non attenui le responsabilità manifeste degli offender, che non indugi sul sentimento amoroso, di gelosia e disperazione del femminicida. Che non scambi la violenza per litigio. Che si attenga ai fatti e alla loro consecutio logica. Che non rivittimizzi la vittima gettando sospetti sulla sua condotta. Cose che sembrano banali, anche di mera correttezza deontologica, e che invece sono ancora spesso disattese.
D. Qual è, in sintesi, il messaggio del progetto STEP?
La cultura fornisce agli esseri umani un catalogo di ruoli e azioni possibili. Dobbiamo imparare a riconoscere gli stereotipi e i pregiudizi che alimentano l’asimmetria di potere tra uomini e donne, per contrastarli e promuovere una cultura più corretta e paritaria. Che sappia riconoscere una vittima e un offender anche quando la prima è una donna e il secondo è un uomo. Per promuovere una cultura del rispetto che smetta finalmente di normalizzare la violenza contro le donne, specie quando questa avviene all’interno delle relazioni intime.

