Svolta per i salari minimi in Unione Europea nel 2026. Il nuovo Rapporto di Eurofound rivela che 21 dei 22 Stati membri con una retribuzione minima legale hanno approvato rialzi significativi all’inizio dell’anno, registrando un incremento medio del 6,7%. L’unica eccezione iniziale è stata la Romania, che dopo il congelamento di gennaio ha comunque applicato un aumento del 7% a luglio. La vera novità rispetto al passato risiede nel crollo dell’inflazione europea sotto la soglia del 2%. Grazie a questa combinazione di fattori, i lavoratori europei a basso reddito possono beneficiare di un incremento reale del proprio potere d’acquisto, superando anni di dura crisi legata al costo della vita.
Dietro la media del 6,7%, però, si nasconde un’Europa a velocità molto diverse. L’Europa centrale e orientale guida la corsa ai rialzi salariali del 2026. La Slovenia si posiziona in cima alla classifica europea con un incremento del 16%, seguita da Bulgaria, Slovacchia, Lituania e Ungheria che registrano crescite superiori all’11%, mentre la Germania supera l’8%. Al contrario, l’Europa occidentale si muove a un ritmo più lento. Nazioni come Francia e Lussemburgo, che già vantano i minimi salariali più alti del blocco e si affidano ad aggiornamenti automatici legati all’inflazione, contengono i rialzi sotto la soglia del 3%. Questo forte divario è la diretta conseguenza della direttiva europea del 2022. La norma spinge i governi a fissare i minimi retributivi intorno alla metà del salario medio o mediano nazionale. Il meccanismo sta accelerando la convergenza economica all’interno dell’Unione, costringendo i Paesi con i salari di partenza più bassi a compiere balzi significativi per colmare il divario con le economie più ricche.
C’è anche un effetto collaterale che il Rapporto mette in evidenza. Quando il salario minimo legale sale così tanto, comincia a sovrapporsi ai minimi salariali negoziati dai sindacati nei contratti collettivi, arrivando in alcuni casi a superarli. Questo fenomeno riduce la forbice retributiva tra lavoratori neoassunti e personale con maggiore esperienza o competenze, azzerando di fatto i margini di differenziazione meritocratica. Per evitare un livellamento verso il basso, diversi Paesi stanno ridisegnando le strategie contrattuali. L’attenzione si sta spostando sull’erogazione di bonus, indennità e benefit aziendali, strumenti alternativi flessibili utilizzati per premiare l’anzianità e le competenze che la paga minima di legge non riesce più a tutelare.
L’Italia si conferma nel blocco dei cinque Paesi dell’Unione Europea privi di un salario minimo legale. Insieme ad Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia, il mercato del lavoro italiano affida la tutela retributiva esclusivamente alla contrattazione collettiva, demandando la definizione delle soglie minime ai singoli accordi di settore tra sindacati e imprese.

