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Counter-speech: cos’è e a cosa può servire

Nuovo appuntamento con la rubrica Spazio Psicologico in collaborazione con l’associazione Psicologi Liberi Professionisti

Elisa Mulone, Psicologa e Psicoterapeuta past president PLP

Il linguaggio d’odio, conosciuto come hate speech, riguarda espressioni di intolleranza verso determinati gruppi sociali considerati più deboli o appartenenti ad una minoranza all’interno di una comunità di riferimento. Assistiamo ad una ampia espansione del fenomeno facilitata dalla velocità di diffusione delle informazioni attraverso i social media. L’incitamento all’odio dilaga su molte piattaforme online e si manifesta in molte forme diverse, ad esempio, insultare o intimidire, incoraggiare l’esclusione, la segregazione e incitare alla violenza, così come diffondere stereotipi dannosi e disinformazione su un gruppo di individui in base alla loro razza, etnia, genere, credo, religione o convinzioni politiche.

Il Consiglio d’Europa in una raccomandazione emanata nel 1997 e ampliata nel 2015 ha inteso il linguaggio d’odio in questi termini: “Si intende per discorso dell’odio il fatto di fomentare, promuovere o incoraggiare, sotto qualsiasi forma, la denigrazione, l’odio o la diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo, nonché il fatto di sottoporre a soprusi, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce una persona o un gruppo e la giustificazione di tutte queste forme o espressioni di odio testé citate, sulla base della “razza”, del colore della pelle, dell’ascendenza, dell’origine nazionale o etnica, dell’età, dell’handicap, della lingua, della religione o delle convinzioni, del sesso, del genere, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale e di altre caratteristiche o stato personale”.

Una prima modalità di contrasto al fenomeno risulta essere la censura, ovvero la rimozione dai social e dalla rete di contenuti che incitano all’odio. Ma c’è un altro modo per contrastare il fenomeno che è definito counter-speech o “contro-discorso”. Questo termine indica qualsiasi discorso che ribatte o confuta un discorso con cui non siamo d’accordo. Ed è così che Nadine Strossen, attivista americana per le libertà civili e autrice del libro dal titolo “Odio: perché dovremmo resistergli con la libertà di parola, non con la censura”, spiega come il contro-discorso può frenare i potenziali danni dell’incitamento all’odio.

Da uno studio condotto nel 2015 da Jamie Bartlett e Alex Krasodomski-Jones, rispettivamente direttore e ricercatore del Centro per l’analisi dei Social Media presso la società Demos è emerso che “il counter-speech che mette in discussione, dissente, offre un punto di vista contrastante è, potenzialmente, una maniera importante per affrontare i contenuti offensivi o eccessivi on line. È veloce, flessibile ed efficiente, capace di affrontare l’estremismo in ogni lingua e ovunque ci si trovi, mantenendo saldo il principio di uno spazio pubblico aperto e libero per il dibattito. Ciò nonostante, è anche probabile che non sia sempre efficace quanto ci si aspetterebbe, senza contare che certi tipi di counter-speech potrebbero addirittura essere virtualmente controproducenti”. L’indagine, dal titolo “Counter-speech: un’indagine sui contenuti che contrastano l’estremismo online” distingue “counter-speech costruttivo; counter-speech non construttivo, fact checking; discussion costruttive, pagine satiriche d’opposizione, pagine d’opposizione dal tono più serio”, per il cui approfondimento si rimanda alla fonte www.demos.co.uk

Dal canto suo, l’UNESCO si impegna a contrastare l’incitamento all’odio attraverso l’educazione e l’alfabetizzazione mediatica e informativa, promuovendo standard internazionali sulla libertà di espressione per affrontare le cause profonde di un fenomeno complesso che va compreso e affrontato per lo sviluppo di una società migliore.